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La responsabilità dei danni causati da animali randagi (in Sardegna)

Negli ultimi anni, in Italia (in particolare nel Meridione), il fenomeno del randagismo ha assunto una dimensione a dir poco preoccupante e il territorio sardo non è certo esente da tale annosa problematica.

Gli animali randagi, abbandonati e vaganti nel territorio, oltre a determinare un serio rischio di carattere igienico-sanitario, costituiscono un pericolo costante di aggressione per le persone ed un'insidia per gli utenti della strada.

 

Il quadro normativo di riferimento in materia (nello specifico, in ambito civilistico) è costituito dalla legge statale n. 281 del 14 agosto 1991 (“Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo”) e dalle varie leggi regionali emanate in attuazione della delega in essa contenuta.

 

La citata legge dello Stato, agli artt. 2 e 4, opera una distribuzione di funzioni tra Comuni e Servizi veterinari presso le ASL (queste ultime hanno preso il posto delle Unità Sanitarie Locali a cui la norma fa riferimento) i quali, in ogni caso, devono operare con spirito di cooperazione per il perseguimento del fondamentale obiettivo rappresentato dalla lotta al randagismo.

 

Sintetizzando, si può affermare che in forza di tali articoli, alle ASL spettano le attività di profilassi e di controllo igienico-sanitario, di polizia veterinaria, di cattura e recupero dei randagi.

I Comuni, invece, sono tenuti essenzialmente alla costruzione, sistemazione e gestione dei canili, gattili e rifugi per gli animali vaganti ed alle attività di sterilizzazione.

 

L'articolo 3 della L. 281/91, poi, attribuisce alle singole Regioni il compito di disciplinare con leggi proprie le misure di attuazione delle funzioni attribuite ai Comuni e ai Servizi veterinari delle ASL.

In particolare, al suo settimo comma statuisce che “le Regioni a statuto speciale (come la Sardegna) e le Province autonome di Trento e di Bolzano adeguano la propria legislazione ai princìpi contenuti nella presente legge e adottano un programma regionale per la prevenzione del randagismo, nel rispetto dei criteri di cui al presente articolo”.

 

La Regione Sardegna, in ottemperanza alle previsioni della legge statale, ha emanato la legge regionale n. 21 del 18 maggio 1994.

Quest'ultima al suo art. 3 stabilisce le “competenze dei Comuni” così recitando:

1) I Comuni singoli o associati provvedono al risanamento ed alla gestione dei canili comunali secondo quanto disposto dagli articoli 6, 7 e 8 della presente legge.

2) Agli animali custoditi nel canile sanitario e nelle strutture private si assicurano condizioni di vita adeguata alla loro specie e non mortificanti.

3) Ogni canile sanitario è dotato di un servizio permanente di guardia veterinaria, preposta ad interventi urgenti di vaccinazione, chirurgia o di soppressione eutanasica.

 

Ancora - dopo essersi occupata di anagrafe canina, codice di riconoscimento e strutture di ricovero - la legge regionale, all'articolo 9, disciplina il “controllo del randagismo”.

Stabilisce che:

1) I cani vaganti catturati, regolarmente identificati, devono essere restituiti al proprietario o detentore.
2) I cani vaganti non identificati devono essere catturati, a cura del servizio veterinario dell’Unità sanitaria locale competente per territorio che provvede agli adempimenti di cui agli articoli 4 e 5 della presente legge; nessuno al di fuori degli addetti ai suddetti servizi, può procedere alla cattura di cani randagi.

3) La cattura deve essere effettuata con sistemi indolori. E’ vietato l’uso di tagliole e di bocconi avvelenati, nonché l’uso di trappole che non consentono una rapida segnalazione della presenza dell’animale catturato.

4) La decorrenza del periodo di sequestro ha inizio dal momento dell’avviso al proprietario del ritrovamento dell’animale iscritto all’anagrafe.

5) Le spese di cattura, custodia ed eventuali cure dell’animale sono, in ogni caso, a carico del proprietario o detentore.

6) Gli animali non reclamati entro 60 giorni, (dopo l’osservazione sanitaria) possono essere ceduti gratuitamente a privati che diano idonee garanzie di buon trattamento, ad enti o associazioni protezionistiche; è fatto divieto a chiunque di cedere gli animali ad istituti o privati che effettuino esperimenti di vivisezione.

7) I cani ritrovati o accalappiati possono essere soppressi, in modo eutanasico, solo se gravemente malati o affetti da patologie progressivamente debilitanti o incurabili, o se di comprovata pericolosità. Alla soppressione provvedono esclusivamente i medici veterinari.

8) E’ comunque vietata la soppressione dei cani al di fuori dei casi previsti dal comma precedente.

9) Chi per errore o involontariamente uccida un cane identificato deve darne segnalazione entro cinque giorni al Sindaco del Comune del territorio in cui è avvenuto il fatto.

10) I veterinari liberi professionisti che nell'esercizio della loro attività vengano a conoscenza dell’esistenza di cani non iscritti all’anagrafe, hanno l’obbligo di segnalare la circostanza all’Unità sanitaria locale competente.

 

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Orbene, dalla lettura delle riportate norme (in particolare della legge regionale) pare potersi evincere che nel territorio della Regione Sardegna gli obblighi di vigilanza e controllo del fenomeno randagismo gravino unicamente in capo alla ASL (oggi Azienda Tutela Salute – ATS) e, dunque, soltanto quest'ultima risulterebbe legittimata passiva delle eventuali richieste risarcitorie relative a danni causati dagli animali randagi.

 

A questa conclusione è giunta, ad esempio, la sentenza n. 414 del 10.02.2016 del Tribunale di Cagliari, relativa ad una causa risarcitoria esperita da una donna aggredita da un cane “vagante” di grossa taglia mentre faceva footing in una località del Comune di Quartucciu.

 

Il Giudice (dott.ssa Elisabetta Murru) ha affermato esattamente quanto appena espresso, ovvero che la legge regionale attribuisce l'obbligo di vigilanza sui randagi esclusivamente alle ASL, “avendo riservato ai comuni (in perfetta sintonia con la disciplina ricavabile dalla legge statale) solamente un onere di gestione dei canili comunali, una volta che i cani vaganti siano stati identificati e catturati ad opera dei servizi sanitari delle ASL”.

Per il Tribunale del capoluogo sardo tale ricostruzione non si pone in contrasto con alcune sentenze della Cassazione che hanno fornito differenti interpretazioni, in quanto, in quelle circostanze, diverse erano le leggi regionali applicabili (si pensi al caso della legge regionale della Campania che pone precisi obblighi di vigilanza in capo alla regione e ai comuni, in collaborazione con le Aziende sanitarie).

 

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- - Tesi della responsabilità solidale dei Comuni e delle ASL

 

Nonostante le considerazioni sinora svolte, occorre rilevare come la questione sia tutt'altro che pacifica.

Esiste, invero, sia nella giurisprudenza di merito che in quella di legittimità, almeno un ulteriore orientamento alternativo a quello appena esposto (esclusiva responsabilità delle Aziende sanitarie), rappresentato dalla tesi della responsabilità solidale dei Comuni e delle ASL.

 

Secondo questa differente impostazione (affermata per la prima volta dalla Corte di Cassazione con la sentenza 20 luglio 2002 n. 10638), ferme l'autonomia amministrativa e la legittimazione sostanziale e processuale delle ASL, la ripartizione delle competenze in ambito sanitario tra enti centrali ed enti periferici, così come delineata dal D.lgs n. 502/92, non ha azzerato del tutto i compiti in campo igienico-sanitario del Comune.

 

Ne discende che residuano in capo al Comune i poteri di definizione delle linee d'indirizzo, nell'ambito della programmazione regionale, e la verifica generale delle attività delle ASL nel proprio territorio, attraverso l'attività di vigilanza del Sindaco, il quale, sottolinea la Corte, opera in materia come rappresentante dello stesso ente territoriale e non quale ufficiale di Governo.

 

La Cassazione giunge alla conclusione che, qualora non abbia vigilato sulle attività della A.s.l. di cura dell'igiene, atte ad evitare il proliferare di animali selvatici all'interno dei centri abitati, il Comune è obbligato al risarcimento dei danni subiti da un cittadino a seguito dell'aggressione da parte di un branco di cani randagi (Cassazione civile sez. III 20 luglio 2002 n. 10638).

 

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Da quanto sinora esposto - e prendendo anche come riferimento la interessante sentenza del Tribunale di Cagliari richiamata – pare potersi sostenere che in caso di danni provocati da animali randagi in Sardegna il soggetto legittimato passivo delle richieste risarcitorie debba essere individuato nella odierna ATS (ex ASL) e non nei Comuni.

 

In realtà, però – in assenza, ed in attesa, di un intervento legislativo che realmente faccia chiarezza sulla fattispecie – la questione è lungi dall'essere pacifica. 

 

Sassari, 17.05.2017

 

Avv. Salvatore Cappai 



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