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DIFFAMAZIONE SU FACEBOOK Attenzione! Per la Cassazione è diffamazione aggravata.

Ogni giorno ciascuno di noi - assidui frequentatori del “web” e di Facebook nello specifico - si imbatte in animate discussioni inerenti pubblicazioni in merito agli argomenti più svariati.

 

Si leggono diatribe politiche (nelle quali la politica, per vero, quasi sempre scompare), si leggono scambi di opinioni su spettacoli televisivi, dibattiti sull'incontro calcistico della squadra del cuore (con grande attenzione alla prestazione arbitrale), divergenze relative a gusti sessuali o credo religiosi.

 

Si leggono, purtroppo, in gran parte di detti “post”, pesanti insulti e dichiarazioni denigratorie.

Proprio su queste ultime si vuole richiamare l'attenzione di chi legge; la stessa attenzione che occorre prestare ogniqualvolta ci si muove nei descritti frangenti.

 

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La Corte di Cassazione, invero, in più occasioni ha avuto modo di esprimere il proprio intendimento in relazione alle offese all'altrui reputazione poste in essere sulle bacheche dei c.d. “social network” (in particolare sul più noto tra essi: Facebook) ribadendo, costantemente, come le stesse vadano ad integrare un'ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell'art. 595, comma terzo, del codice penale.

 

Detta norma statuisce al suo primo comma che chiunque, al di fuori dei casi di ingiuria (reato, peraltro depenalizzato col d.lgs. 15 gennaio 2016, n. 7, che si differenzia dalla diffamazione per la partecipazione attiva e la “presenza” dell'offeso alla discussione) “comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a milletrentadue euro”.

L'aggravante di cui al terzo comma si realizza poi “se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico (…); in tali casila pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a cinquecentosedici euro”.

 

Per la Cassazione la divulgazione di un messaggio tramite Facebook integra un'ipotesi di diffamazione aggravata in quanto si tratta di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o, comunque, quantitativamente apprezzabile di persone (che del resto, si avvalgono del social network proprio allo scopo di instaurare e coltivare relazioni interpersonali allargate ad un gruppo di frequentatori non determinato).

L'aggravante è costituita proprio dall'idoneità del mezzo utilizzato di coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggetti, ampliando – e dunque aggravando – in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa (cfr. ex multis: Cass. Pen., sent. n. 24431 del 28/04/2015; Cass. pen. sent. n. 2723 del 2016; da ultimo Cass. pen., sent. n. 50 del 02/01/2017 ).

Nessuna rilevanza assume il fatto che l'accesso al social network richieda all'utente una procedura di registrazione (peraltro, assai agevole ed alla portata di tutti), in quanto ciò “non esclude la natura di altro mezzo di pubblicità richiesta dalla norma penale per l'integrazione dell'aggravante”.

 

Inoltre, per quanto attiene all'elemento soggettivo, la Suprema Corte ha precisato come sia sufficiente il dolo generico, che si realizza attraverso l'uso consapevole di espressioni che nel contesto sociale di riferimento sono ritenute offensive, per il significato che oggettivamente assumono (cfr. sul punto Cass. pen. sent. n. 8419 del 16/10/2013; Cass. pen. sent. n. 4364 del 12/12/2012).

 

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Tenendo conto di quanto appena – brevemente - esposto, l'unica indicazione che ci si sente di dare (un consiglio apparentemente banale, sebbene sempre più spesso disatteso) è di muoversi sui “social” (e sui mezzi di comunicazione digitali in genere) con grande cautela e circospezione, forse anche maggiori rispetto a quelli adottati nella parallela “vita reale”.

 

Infatti, oramai, ciascuno di noi, frequentando il web, ha affiancato alla propria identità personale una corrispondente identità virtuale; quest'ultima - non meno importante ed influente sulla personalità del singolo rispetto alla prima - fortunatamente, gode di crescenti strumenti di protezione e tra questi rientrano certamente i rimedi approntati dal diritto penale.

 

I casi di denunce e querele sono in crescente aumento; il nostro Studio Legale ha già avuto modo di occuparsi della questione, la quale pare troppo spesso sottovalutata e affrontata come se quello dei “social” fosse un mondo a sé stante, una zona franca immune da regole e da sanzioni conseguenti alla loro violazione.

 

Non è assolutamente così: dunque... massima attenzione!

 

Sassari, 13/02/2017

 

Avv. Salvatore Cappai

 

 

 

 



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